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TROILO E CRESSIDA

Storia tragicomica di eroi e di buffoni

Da ‘Troilo e Cressida’ di William Shakespeare

Riscrittura: Alessandro Paschitto
Regia: Mario Autore, Eduardo Di Pietro

Con: Martina Di Leva, Eduardo Di Pietro, Cecilia Lupoli, Davide Mazzella, Marco Montecatino, Giulia Musciacco (ed. 2017)

Elaborazioni musicali: Mario Autore
Foto di scena: Giuseppe Senise

Produzione: collettivo lunAzione, crowdfunding

SCHEDA ARTISTICA

La scena è a Troia: la guerra imperversa da sette anni e le speranze di vittoria per i Greci sembrano allontanarsi sempre di più da quando Achille non scende in battaglia. Per proporre un’azione risolutiva, Ettore, il più forte guerriero troiano, sfida i campioni avversari a uno scontro diretto. L’astuto Ulisse coglie l’occasione per ordire un piano che porti Patroclo, l’amato di Achille, a combattere e a perire, così da provocare l’ira del Pelide.
Intanto in città il principe Troilo, fratello minore di Ettore, corona il suo sogno d’amore con Cressida, ma per breve tempo: uno scambio di prigionieri coinvolge la ragazza, che passa al campo greco e diviene oggetto delle attenzioni del generale Agamennone, da lei ricambiate.
La sfida di Ettore offre a Troilo la possibilità di raggiungere l’amata e scoprire il suo tradimento. Subito dopo il giovane sarà testimone dell’assassinio del fratello, vedendo a un tempo crollare le proprie aspettative rispetto all’amore e alle sorti della guerra.

Questo lavoro conserva  tutte le peculiarità che fanno di Troilo e Cressida di William Shakespeare una tragedia fuori dal comune, pregnante di significati fortemente contemporanei. In entrambi i testi appare adeguato il termine “tragicommedia” per un’opera che dipana una trama continuamente oscillante tra il carattere drammatico e quello sarcastico più o meno raffinato, finanche sguaiato e urticante. L’argomento e l’ambientazione bellica definiscono uno sfondo inquieto, che materializza la guerra solo in poche situazioni, circoscritte a scontri aperti tra i personaggi che di eroico conservano solo la reputazione o un obsoleto senso dell’onore.
Per il resto, fuori e dentro Troia si parla del conflitto senza che lo si veda: riunioni di guerra, schiere di soldati osservati in lontananza, messaggi di sfida e proclami. Tanto parlare, ma l’azione si è infiacchita sia tra i Greci, con l’assenza di Achille e l’inettitudine dei re, sia tra i Troiani, dove i governanti confrontano le rispettive opinioni – e non contemplano soluzioni diverse dal combattere a oltranza.

In tali condizioni di sospensione, si rivela con progressiva determinazione per tutti, un unico, preminente senso di inadeguatezza alla vita. La guerra, emblema della stupidità, si dimostra un pretesto per palesare questa sproporzione. Ne deriva un disincanto che si riflette nelle vicende di ciascun personaggio e, per la prima volta, negli occhi del giovane Troilo, che vive sulla propria pelle l’assurdità della battaglia e, parimenti, dell’amore. I sogni romantici del ragazzo s’infrangono contro il muro del cinismo e della materialità. Ogni azione genera quindi degli errori, degli imprevisti – degenera, – e gli eventi travolgono tutti indistintamente, chi aveva provato a mutare la realtà e chi si era lasciato portare dalla corrente.

Proprio questa sostanziale impossibilità di scelta costituisce l’elemento cardine che viene elaborato nella riscrittura del testo shakespeariano, con un numero ristretto di personaggi e di sviluppi organizzati ex novo. Linguaggio e atmosfera sono certamente rimasti immutati per un’opera che non si lascia mai catalogare strettamente sotto il termine “tragedia”.
Se Troilo soffre ma non muore e Cressida tradisce ma non paga, i riferimenti formali e le aspettative catartiche della messinscena vengono a mancare, resta il disorientamento dell’esistenza. Di fronte a tanto imponderabile, la misura del riso costituisce così una possibilità estrema per tentare la comprensione e l’accettazione, forse disperata, della realtà.

Francesco Pipitone, Vesuvio Live

I cinque (Mario Autore, Annalisa Direttore, Alessandro Paschitto, Michele Iazzetta, Cecilia Lupoli; Martina Di Leva veste i panni di Tersite) dimostrano di sapersi muovere egregiamente nel meccanismo, mettendo a nudo l’essenza della recitazione e dell’essere umano, ovvero la capacità di essere uno, nessuno e centomila. La bravura individuale di questi giovani che suggerisce di essere talento, poiché lontana da egoismi e capace di coordinarsi con quella degli altri, tanto che spesso si ha la sensazione di trovarsi quasi ad assistere a una danza, pure grazie ai movimenti studiati e agli intermezzi musicali. Una performance mai banale o noiosa, ma sempre incalzante, piacevole, coinvolgente, che instaura un rapporto diretto con il pubblico, che sbriciola la quarta parete. Più volte, mentre assistevo, mi sono chiesto: cosa accadrebbe se adesso mi alzassi e mi mettessi a recitare con loro?

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