skip to Main Content

IL COLLOQUIO

Questa è la pelle dello spettacolo, che come un organismo vivente risente della salute degli organi che contiene. Il colloquio ci permette di riflettere sulla natura stessa del teatro, il suo essere un organismo sistemico di più livelli, ma soprattutto una realtà parallela. Una realtà fatta di finzione, naturalmente, che però viene perlustrata, abitata e vissuta integralmente dagli artisti di scena. (…) Oggi celebriamo il Collettivo Lunazione, perché uno spettacolo perfettamente riuscito è un evento raro, prezioso, divinatorio, capace di connessioni dimensionali pur senza mai rinnegare la sua matrice terrenale.

Paolo Verlengia, Teatrionline

 

D’altra parte il rapporto tra realtà e finzione entra in pieno anche in Il colloquio del Collettivo lunAzione (vincitore del Premio Scenario Periferie), dove l’apparente semplicità e tradizionalità dell’impianto scenico e drammaturgico nasconde ben altri trabocchetti. Qui tre donne sono in fila per entrare a visitare i rispettivi mariti o congiunti nell’ora di colloquio in un carcere. Ma realtà e finzione sono immediatamente relativizzate nel momento in cui gli interpreti sono maschi (quasi a voler interiorizzare l’assenza maschile nella quotidianità di donne private dell’altro da sé), e soprattutto nel momento in cui ci si rende conto che sono le donne libere le vere recluse, incatenate concettualmente a una dittatura maschile che continua a essere virtualmente esercitata dai carcerati.

Stefano Casi, Teatro&Critica

 

Il colloquio è un testo drammatico imbastito, però, con quell’ironia tagliente che soltanto il teatro napoletano sa restituire. La risata amara e la compassione – per ogni gesto e ogni parola della messinscena – si alternano con grande equilibrio sul palcoscenico. C’è, poi, uno studio attento della realtà di Napoli che ricorda quella di Enzo Moscato in Scannasurice o in Occhi gettati. La lingua napoletana arriva comprensibile come l’italiano ed è scandita da una straordinaria musicalità che rimanda all’attesa di tre donne maritate di fronte al carcere della città partenopea. La scelta che siano tre uomini a interpretarle serve a creare un distacco dalla quotidianità napoletana per permettere allo spettatore di “provare” compassione, ma ricordando tuttavia che si trova in teatro, un luogo dove tre personam (tre maschere) raccontano.

Maria Francesca Stancapiano, Liminateatri

 

Un’ottima interpretazione capace di legare la tradizione del teatro napoletano proiettandola verso un futuro possibile, non solo nel rinnovarne i soggetti, ma innestandovi influenze cinematografiche (si pensi a Ciprì e Maresco per esempio) con ricerche teatrali contemporanee (Emma Dante, vincitrice anch’essa del Premio Scenario e già maestra riconosciuta, ma non solo).

Enrico Pastore, Rumor(S)cena

 

Il progetto più compiuto nella sezione Periferie, giustamente premiato, è “Il colloquio” del Collettivo lunAzione, sempre di Napoli, con la regia di Eduardo Di Pietro, segno anche questo di come la scena del Sud sia foriera di molti stimoli (di sei progetti ben cinque sono campani in questa edizione), per mezzo di una drammaturgia corale che urla il disagio di una terra abbandonata.
Nello spettacolo tre donne, non a caso interpretate da uomini, sono in coda, a Poggio Reale, per parlare con i propri mariti che vi sono detenuti. E’ una commedia, si ride molto ma amaramente, in un mondo dove i maschi non esistono e dove le sofferenze della vita di ogni giorno, accompagnate dal concerto per violino di Mendelssohn, si proiettano sullo spettatore.

Mario Bianchi, KLP Teatro

 

RICONOSCIMENTI

Premio Scenario Periferie 2019

 

 

AVE

Gli elementi della commedia napoletana non mancano: le colorite uscite in dialetto che fanno sorridere il pubblico, la cifra da gettare nel pozzo bisbigliata sempre all’orecchio, la presenza trascendentale intravista nei presagi soprannaturali – luci che saltano tutte insieme e fon che si spengono da soli. Il tutto sul sottofondo divertente e frenetico di musica suonata al violino. (…) Un teatro tutto sommato veloce, di ottimo intrattenimento, che riesce a chiudere con una riflessione che ad averne voglia può davvero dare molto da pensare: Quanto è profondo questo pozzo…

Maurilio di Stefano, Il Foyer

 

AVE è uno spettacolo da vedere e commentare, AVE è un po’ ironico, un po’ dolce, AVE è curato. AVE è un po’ come le donne che vanno da Cesare a farsi i capelli la domenica, AVE è gli attori che lo compongono.

Benedetta De Nicola, La Testata magazine

 

Simpatiche e grintose le donne di questo spettacolo, Martina Di Leva, Giulia Esposito, Cecilia Lupoli e Monica Palomby. Il ritmo veloce che le tre clienti portano sulla scena con il loro movimento e le storie scanzonate, sono controbilanciate dall’introspezione e dal silenzio di Titta, moglie di Cesare, sua unica spalla.
Il rosa antico invade la scena evidenziando i simboli di una storia di ordinaria follia paesana. Una storia che vuol indagare l’animo umano, simile al pozzo di quel paese, dove riconoscimenti e dolori si intrecciano fino ad annegare nel ricordo pur di lasciare spazio ad un domani che di certo ha la speranza di chi ricomincia dal bello che la vita gli ha donato.

Pamela Cito, Napoliflash24

 

L’inizio è allegro e coinvolgente, con quattro donne completamente rapite dalle capacità professionali, ma anche psicologiche, del bravo coiffeur, disponibile a svolgere un ruolo di sostegno delle proprie clienti, aiutandole ad affrontare le loro insicurezze.

Serena Di Giovanni, Periodico Italiano Magazine

 

RICONOSCIMENTI


selezione Premio Scenario 2017


selezione Roma Fringe Festival 2019


San Diego International Fringe Festival 2019 
official selection


‘Miglior regia’ – Premio Aenaria 2018


‘Miglior attore caratterista’ a Monica Palomby – Premio Aenaria 2018

 

JAMAIS VU

Il testo, in conclusione sceglie un’atmosfera accattivante che coinvolge e cattura il pubblico attraverso i dialoghi serrati, l’utilizzo del corpo  e di specifici meccanismi scenici.

Emanuela Ferrauto, Dramma.it

 

Si ride, si piange, si riflette seduti davanti al palco. La recitazione di Eduardo Di Pietro, Giulia Esposito, Vincenzo Liguori, Gennaro Monforte e Laura Pagliara è una rappresentazione scenica delle varie tipologie di “scarti della società contemporanea”. Donne e uomini che si sono sentiti traditi dall’esistenza, dai sogni che hanno coltivato e che rappresentano il motore della loro vita. La comicità delle battute è espressa attraverso fraseggi in dialetto napoletano e intrecci e incomprensioni di parole. La riflessione si mescola alla risata in un continuum dinamico e coinvolgente. I colpi di scena sorprendono lo spettatore confondendogli le idee. L’immedesimazione è necessaria e la spinta emotiva ci permette di comprendere quanto possa essere concreta la possibilità di una sorte avversa.

Maria Balsamo, Eroica Fenice

 

Dal punto di vista drammaturgico Di Pietro impiega in modo funzionale la lingua, dividendo il ruolo dei protagonisti, che parlano con l’accento dialettale perché persone comuni, dal loro “cuore”, che invece “pare il Treccani”. Il testo è attraversato da una vena comica che esalta la paradossalità della storia, lasciando il giusto spazio al tono drammatico che avanza nella seconda parte e che ci trasporta nelle tragedie dei protagonisti.

Benedetta Bartolini, Il Mezzogiorno.info

 

Nonostante le premesse possano sembrare drammatiche, lo spettacolo volge al comico grazie anche alla goffaggine di Bond e ai piccati botta e risposta tipici di una coppia sposata da anni. Soltanto la  ricercatrice sembra non scendere mai dal piedistallo e resta sospesa tre metri spora tutti, anche se è palese che è lei quella che forse ha perso più di tutti. La morte di un figlio o il gesto estremo di vendere parti del proprio corpo per tentare di risanare il bilancio certamente non possono essere paragonati al sorpasso in un concorso ad opera della solita raccomandata di turno, eppure, di certo cinicamente, l’empatia verso chi ha perso la dignità è più sentita ed ecco che colei che appare algida rivela il risvolto più fragile e drammatico.

Marianna Addesso, iNPlatea

 

Storie comuni da un presente difficile in cui la piramide del censo va allargandosi a dismisura nella sua base più umile, restringendosi all’inverosimile nella punta; storie su cui Jamais vu ha il merito di soffermarsi col sorriso sulle labbra provando ad instillare nello spettatore l’insidiosa domanda “quando è diventata infelice la vita?”, senza per questo aggiungervi ulteriore tedio o infelicità e senza, allo stesso tempo, suggerire risposte di maniera.
Non ha sbagliato affatto, pertanto, chi tra lunedì e martedì si è recato al Castel Sant’Elmo per assistere alle due repliche. Risate amare ed interessanti spunti sono stati il giusto premio ai fortunati che vi hanno potuto assistere, i quali non hanno mai corso il rischio di addormentarsi nonostante l’orario quasi improponibile scelto per questi turni serali del Fringe.

Antonio Indolfi, Quarta Parete

 

RICONOSCIMENTI


E45 Napoli Fringe Festival – Napoli Teatro Festival Italia 2015


selezione Roma Fringe Festival 2015


Festival InScena! New York 2015 
official selection

 

TROILO E CRESSIDA

 

Quella messa in scena dal collettivo lunAzione per la regia di Eduardo di Pietro è una storia che con estro immagina un atto estremo compiuto da persone ormai allo stremo. Sul palco Mario Autore, Giulia Esposito, Michele Iazzetta, Cecilia Lupoli, Giulia Musciacco e Alessandro Paschitto danno voce e corpo con credibilità e stile ai sei personaggi in cerca di ricordo. Le musiche e le luci riempiono una scenografia scarna, senza sovrastare l’intreccio narrativo e anzi sono parte integrante della rappresentazione.

Angelo Capasso, I-Cult

 

I cinque (Mario Autore, Annalisa Direttore, Alessandro Paschitto, Michele Iazzetta, Cecilia Lupoli; Martina Di Leva veste i panni di Tersite) dimostrano di sapersi muovere egregiamente nel meccanismo, mettendo a nudo l’essenza della recitazione e dell’essere umano, ovvero la capacità di essere uno, nessuno e centomila. La bravura individuale di questi giovani che suggerisce di essere talento, poiché lontana da egoismi e capace di coordinarsi con quella degli altri, tanto che spesso si ha la sensazione di trovarsi quasi ad assistere a una danza, pure grazie ai movimenti studiati e agli intermezzi musicali. Una performance mai banale o noiosa, ma sempre incalzante, piacevole, coinvolgente, che instaura un rapporto diretto con il pubblico, che sbriciola la quarta parete. Più volte, mentre assistevo, mi sono chiesto: cosa accadrebbe se adesso mi alzassi e mi mettessi a recitare con loro?

Francesco Pipitone, Vesuvio Live

 

Lo spettacolo si inserisce in maniera organica nella balaustrata che circonda l’altare, le suggestioni di luci e l’alternarsi di musiche techno hanno portato gli spettatori a godere dalla forza della passione al disgusto per gli inganni delle guerre che fanno parte della sfera dell’umana vita.(…)Un’escamotage legato all’arte del bodypainting ha permesso con figure iconiche di dare allo spettatore una prima e veloce chiave visiva per riconoscere i protagonisti, che ben hanno legato e giocato con la scena, priva di tutto, fuorchè dei preziosi marmi di Sant’Aniello a Caponapoli.

Cosimo di Giacomo, Eroica Fenice

 

La straordinaria maestria degli attori nell’interpretare ruoli diversi che si alternano sulla scena – ognuno di loro, escluso Tersite, interpreta due personaggi, uno troiano e l’altro greco – permette al pubblico di non perdere mai il filo del discorso.

Erica Chiappinelli, Linkazzato.it

 

La scenografia si riduce ad un circolo, che da solo basta a creare l’illusione tra scena e quinte e a delimitare interni ed esterni. Un circolo che ricorda un’arena, o una lente d’ingrandimento che metta a fuoco le pieghe psicologiche dei singoli. Su tutto campeggia il colore rosso, il rosso del sangue e delle passioni che in esso fluiscono. La bravura degli attori, che hanno unito ad arte recitazione ed espressività corporea, si rivela soprattutto nel passaggio da un personaggio all’altro. La caratterizzazione perfetta e i dialoghi ben costruiti lo rendevano evidente nonostante esso fosse comunicato visivamente da segni tracciati sul corpo e legati ad una precisa simbologia.

Riccardo Limongi, Teatro.it

 

Una messa in scena cruda e sincera, che si pone l’obiettivo di essere talmente essenziale da polverizzare sul palco desideri e speranze che si tramutano in piccoli origami di carta che sfuggono di mano ai protagonisti, così come sfugge loro di mano il proprio destino.

Monica Iacobucci, Spaccanapoli

 

La compagnia teatrale “Collettivo LunAzione” che vede dei giovani attori, autori e registi di talento, è riuscita con energia e autenticità, a rappresentare storie e drammi d’altri tempi, che se da una parte hanno un sapore antico, dall’altra conservano intatte le problematiche e i controsensi che dominano il nostro presente.

Bianca Coppola Melon, Il gufetto

 

La regia di Autore e Di Pietro è semplicemente geniale. Con pochi elementi scenografici, pochi oggetti e ancor meno costumi, ma con tantissima inventiva e giuste trovate sceniche, riesce a ritrovare il vero spirito del teatro elisabettiano e a restituire il senso profondo del dramma. In questo spettacolo il segno smette di rappresentare e diventa narrazione. Riguardo agli attori-acrobati, ci troviamo di fronte a un gruppo di giovani talenti versatili, capaci di giocare sulla scena, mostrando grande padronanza fisica e vocale, abili nel caratterizzare precisamente i doppi ruoli a ciascuno assegnati.

Davide D’Antonio, My Dreams

 

Proprio questo è il caso dell’interessante riscrittura del Collettivo LunAzione di Troilo e Cressida, tragedia esemplare della potenza shakesperiana e nel mescolare atmosfere e linguaggi eterogenei, nonché testo conforme alla contemporaneità – citato anche dal filosofo pop Slavoj Žižek (In difesa delle cause perse) – per la demolizione – attraverso un pensiero debole – di categorie ideali quali l’onore, l’amicizia, la famiglia, l’amore e la patria.
Scelta audace, ma non ardita, viste le qualità mostrate durante la messa in scena: variazioni di registro interpretativo, costruzione scenografica di grande impatto, ritmi sincopati e ricerca dell’armonia scenica sono presupposti notevoli e di cui l’allestimento, nel suo complesso, ha altamente beneficiato.

Daniele Rizzo, Persinsala

 

La messa in scena visivamente minimale ma recitativamente dettagliata del Collettivo Lunazione riportano alla sua più perfetta attuale incarnazione mantenendo l’aspetto tragico ma ponendo l’accento sull’assurdità di tutta la situazione e mettendo in luce la causticità e il messaggio di forno che furono prima di Chaucer e poi di Shakespeare.

Fabio Montemurro, La Platea

 

Back To Top